Lo sprawl fa schifo al cubo

Lo sprawl fa schifo al cubo

di Fabrizio Bottini , www.eddyburg.it, 24 mag

Sempre che fosse necessario, anche il terremoto padano contribuisce a confermare la distorsione dello sviluppo territoriale disperso

Chissà se i cantori dello sviluppo del territorio alla padana sono mai andati a lavorare. Lavorare nel senso comunemente inteso, non in quello di saltellare da una sala convegni all’altra, costruendosi quel genere di punto di vista che considera le cose ad altezza d’uomo, non scrutate dall’alto o dal di fuori, che il freddo dei capannoni lo prova nelle ossa la mattina presto, che l’ingorgo sull’ennesimo cantiere eterno per revisione in corso d’opera lo vive come ansia per il ritardo e il rischio di licenziamento. Dato che non siamo in un paradiso artificiale del lavoratore governato dalla banda dei quattro, forse nessuno ha mai obbligato questi intellettuali organici al potere a strappare le erbacce in una risaia, a rispettare gli orari, a tirare qualche colpo di attrezzo a tot centesimi al colpo. Se sapessero di cosa parlano in termini umani e territoriali, discettando di sviluppo del territorio davanti a un microfono, forse inizierebbero a porsi qualche dubbio sulla sostenibilità del modello attuale, magari a partire dalla qualità media che garantisce.

Qualità bassissima, al limite dell’inesistenza, quella che si tocca con mano nel nostro sprawl, che molti non chiamano così giusto per non evocare altre culture, che l’hanno capito da tempo. Uno sprawl che fa schifo sul versante sociale, negando spazi di relazione, a volte addirittura vera accessibilità a quello stesso verde in cui gli immobiliaristi vogliono a tutti i costi immergerci, soprattutto negli opuscoli promozionali. La mancanza di spazi di relazione è evidente esattamente nel successo di massa del modello centro commerciale: perché mai la gente ci va con tutto quell’entusiasmo? Qualche improvvisato sociologo ci risponde che è per via della società dei consumi e dintorni, ma si scorda per strada l’aspetto spaziale. I corridoi e gli slarghi fra le vetrine sono un surrogato di quanto è stato del tutto cancellato (magari a bella posta) dalle lottizzazioni monocordi di stradine solo residenziali, ovvero tutto quanto somiglia a un parente dello spazio pubblico, a volte compresi i marciapiedi (a che servono, se si esce sempre in auto?). Non si perdono una puntata delle Casalinghe Disperate, e non si accorgono di stare nel bel mezzo di una storia identica, di solito senza lieto fine.

Lo sprawl fa schifo anche per chi si deve muovere, per chi vuole spostarsi. Anche qui salta fuori il solito cosiddetto buon senso comune che dice la gente vuole andare in macchina, e chi lo nega? Il fatto è di essere prima obbligati ad andarci, in macchina, perché non c’è altro modo, e poi ad ammucchiarsi costantemente a tutti gli altri disgraziati che al pari di noi subiscono la condanna alle quattro ruote coatte, di solito in fila a sprecare soldi e tempo. La coda per uscire allo stop dove la strada residenziale a fondo cieco sbuca sulla strada locale, poi il primo rallentamento dove la strada locale si avvicina alla rotatoria all’incrocio con la perpendicolare, e più oltre il solito blocco in vista dello svincolo, a chiedersi se c’è stato un incidente o c’è il solito nonno iperprotettivo coi nipoti in macchina che si è fermato in terza fila davanti al complesso scolastico, invece di entrare nel parcheggio. E non siamo mica i soli ad essere stressati, basta dare un’occhiata all’autista precario del furgone bianco per le consegne che impreca sull’altra corsia.

Allora, lo schifo sociale, più lo schifo mobilità, uguale schifo al quadrato. Però si va oltre, e si arriva allo schifo al cubo con quello che è saltato agli occhi (non solo, diciamo per l’ultima volta) col terremoto padano. L’aspetto più vistoso è il crollo dei capannoni sulla testa di chi ci lavora: ci sono i cultori dell’arte e gli studiosi dei centri storici che giustamente si infuriano per tutti quei monumenti senza manutenzione crollati in briciole, ma è davvero tanto più sconcertante che ad ammazzare le persone siano dei precompressi di cemento tirati su da pochi anni. In generale, è questa la qualità media degli spazi di cui i soliti cantori ci raccontano le meraviglie socioeconomiche? Il nostro relatore da convegno a gettone è lì sul suo piedestallo pagato dal contribuente, a raccontare di produzione, sinergie, concorrenza, luminosi futuri per la rete territoriale, e pensiamo un istante al materiale di cui è fatta, questa scricchiolante rete da pollaio. Capannoni che crollano perché bassa densità vuol dire anche bassa densità di controlli, strade che portano male e in modo inefficiente dentro a questi capannoni pronti a crollarci sulla testa, e infima qualità del vivere, dello studiare, del lavorare, del muoversi, del far spesa, dell’incontrarsi.

Fa schifo al cubo, e non è poi detto (come suona implicita la minaccia dei modernisti da strapazzo) che l’alternativa sia tornare al lume di candela, agli zoccoli senza calze, alla fetta di polenta quando c’è. Di solito è questa l’alternativa posta dai cantori dello sviluppo del territorio: vi lamentate tanto, ma c’è il progresso, e compagnia bella. Qualcuno addirittura a suo modo accetta la sfida e ribatte certo che si, torniamoci al lume di candela e alla fetta di polenta (e al fatto di non poter andare mai da nessuna parte, per esempio, come succedeva ai nonni), perché si stava tanto meglio. Discutibile, per non dir peggio. Certo l’alternativa non è cosa che si possa evocare facendo schioccare le dita, ma ragionarci fa bene. Hanno provato a farlo, tra gli altri, negli ultimissimi giorni, di diversi ma a mio parere complementari studi europei, uno sul modello equilibrato città campagna costituito dalla classica città giardino britannica, riproposta in una prospettiva molto contemporanea; un altro che affronta il ruolo di punta della città e della metropoli di fronte alla sfida del cambiamento climatico. Modello insediativo, sfide socioeconomiche e ambientali. Sono gli stessi temi emersi anche con l’ultimo terremoto padano, e ho provato ad affrontarli in parallelo in un altro articolo, a cui rinvio.

“lavorare sui vuoti….”

Luca Zevi, architetto e urbanista: «Lavorare sui vuoti e sugli spazi pubblici»

di Paola Pierotti, da http://www.ilsole24ore.com, 23 maggio 2012

La ricostruzione post-terremoto? «Se non è un’occasione mancata sicuramente è una falsa partenza. In un sistema urbanistico policentrico come quello aquilano, finché il cuore pulsante del centro storico dell’Aquila non tornerà a battere, il funzionamento di tutto il sistema resterà compromesso». Così Luca Zevi, architetto e urbanista, 63 anni, direttore del padiglione italiano alla Biennale di Venezia 2012, descrive la mancata rigenerazione del territorio abruzzese dopo il sisma.

Come si concilia l’idea di una visione strategica di città con la necessità di mettere in atto azioni rapide?
Bisogna lavorare subito per recuperare il centro storico. È impressionante l’ammasso di rovine tenute in piedi da ponteggi nel centro storico dell’Aquila, rovine per cui ancora non si è deciso cosa fare. Anche le infrastrutture urbane non sono state riattivate. Le operazioni di primo soccorso hanno alloggiato rapidamente migliaia di persone, ma i nuovi insediamenti del progetto Case sono stati calati dall’alto senza attivare economie locali. Sono comparti residenziali monofunzionali che non garantiscono l’effetto città. Una nuova città oggi è contemporaneamente policentrica e ovunque complessa.

Come si immagina L’Aquila nel 2030?
Rigenerare il territorio aquilano significa ricostruire un sistema accessibile in chiave plurimodale, integrato con il paesaggio. La presenza del fiume che struttura il territorio è un riferimento geografico da non trascurare e che va coniugato anche con il sistema della comunicazione sul ferro. La vecchia linea ferroviaria Sulmona-Aquila-Terni potrebbe essere riqualificata e diventare una via alternativa alla mobilità su gomma, volano per la creazione di nuovi insediamenti a ridosso della stazioni ferroviarie.

La priorità al nuovo o al recupero?
Non si possono separare in modo netto le operazioni di recupero e il nuovo costruito. La rigenerazione degli insediamenti storici deriva dalla cultura moderna in cui si è lavorato per promuovere un rapporto dialettico tra il nuovo e la storia, restando sensibili alle preesistenze. All’Aquila è necessario lavorare sui vuoti, recuperare il sistema degli spazi pubblici e le infrastrutture sono l’assoluta priorità.

E per le risorse creative?
Per la scelta del linguaggio architettonico bisogna aprire un confronto culturale che fino ad oggi non c’è stato. Fondamentale è innescare un processo virtuoso che valorizzi le risorse locali.

Alcuni casi di riferimento?
In Friuli e in Umbria la ricostruzione è stata molto attenta alla riqualificazione, ma alcune azioni sbagliate messe in atto in fase emergenziale hanno compromesso la qualità della ricostruzione. Guardando all’estero, un riferimento sono le città tedesche ricostruite nel dopoguerra: Dresda a Norimberga hanno optato per una salvaguardia del tessuto, Francoforte invece ha puntato sul nuovo per superare il trauma della guerra, cancellando così la dialettica tra antico e nuovo. Il modello della ricostruzione giapponese può dare una lezione in termini di efficienza, ma è meno attento al recupero della materia e più al contenuto ideale e sociale.

In che modo il padiglione italiano della prossima Biennale di Venezia potrà offrire degli spunti di riflessione per la ricostruzione?
Con il nostro padiglione partiamo dal concetto che la centralità della finanza dovrebbe essere sostituita da creatività, lavoro e solidarietà. L’Aquila ha bisogno di tutto questo, di ricostruire un tessuto e renderlo produttivo, riducendo le disparlità sociali e creando un sistema territoriale integrato e efficiente.

una ferita per la nostra storia

di Salvatore Settis, da la Repubblica, 21 maggio 2012 (m.p.g.)

Crollano chiese e castelli in Emilia: abbiamo dimenticato la lezione di Urbani. 

Torri abbattute, chiese sventrate, centri storici mutilati: il terremoto dell’Emilia rinnova la tragedia che periodicamente colpisce il Paese. Con la perdita di vite umane, le distruzioni del patrimonio culturale sono la traccia più violenta che un terremoto si lascia dietro. Feriscono la memoria collettiva.
Feriscono l’accumulo di storia che i nostri padri ci hanno lasciato, e che la Costituzione ci impone di preservare per i nostri nipoti.

Spesso ci vantiamo di quanto sia grande l’arte italiana. Dimentichiamo però quanto sia fragile, perché fragile è il nostro territorio, il più franoso d’Europa (mezzo milione di frane censite nel 2007), il più soggetto al danno idrogeologico e all’erosione delle coste, anche per «interventi sull´ambiente invasivi e irreversibili» sui due terzi del territorio (dati Ispra). È, anche, il più soggetto a sismi, recentemente censiti da E. Guidoboni e G. Valensise: dall’Unità d’Italia a oggi, 34 terremoti distruttivi e un centinaio di meno gravi, senza contare migliaia di piccole scosse. 1.560 i Comuni colpiti, non meno di 250.000 i morti, 120.000 solo a Reggio e Messina nel 1908.

Avezzano 1915, Garfagnana 1920, Carnia 1928, Irpinia 1962, Belice 1968, Friuli 1976, Noto 1990, Umbria e Marche 1997, Abruzzo 2009: sono le date di altrettante battaglie, anzi di una guerra continua che l´Italia combatte contro i terremoti. Con che esito? È triste constatare che a ogni terremoto ci consumiamo di lacrime, per poi dimenticare e sbalordirci quando il sisma colpisce di nuovo, e sempre nelle stesse aree.
Resuscitare i morti è impossibile, ma sarebbe facile ridurne il numero, e insieme limitare i danni al patrimonio evitando i due principali fattori di rischio: il forsennato consumo di suolo che “sigillando” i suoli agricoli ne riduce l´elasticità e accresce gli effetti di frane e sismi; e l´addensarsi di edifici costruiti in spregio ai criteri antisismici “per risparmiare”, cioè perché guadagni di più chi costruisce, condannando a morte i cittadini (per esempio all’Aquila).

L’amnesia collettiva che ci affligge spinge in direzione opposta, come mostrò il famigerato “piano casa” di Berlusconi (2009), che “semplificava” le norme antisismiche, invitando le Regioni a sostituire ogni garanzia preventiva con «controlli successivi alla costruzione, anche a campione» (art. 5). Il terremoto d’Abruzzo (due giorni dopo) bloccò l’approvazione della legge, mai varata anche se tutte le Regioni si affrettarono a fare le loro leggine.
Il piano per la protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico messo a punto nel 1983 da Giovanni Urbani, grande direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro, è rimasto lettera morta. Al contrario, il terremoto d’Abruzzo ha segnato una brusca inversione di rotta nella cultura italiana della tutela. Prima di allora (per esempio in Friuli e in Umbria), la ricostruzione dei centri storici era data per scontata: l’abbandono dell’Aquila (fino ad oggi, tre anni dopo) in favore delle new towns amate da Berlusconi e dai costruttori ha calpestato le priorità costituzionali, condannando alla rovina il patrimonio culturale e il tessuto sociale della città.

Accadrà lo stesso in Emilia? Anche stavolta, come col “piano casa” di Berlusconi, la sequenza fra i provvedimenti del governo e gli eventi naturali è drammatica. È di questi giorni l’annuncio del ministro Passera, secondo cui 100 miliardi verranno spesi nei prossimi anni in “grandi opere” per rilanciare l’economia. Ottima notizia, se per “grandi opere” si intendessero le necessarie, urgentissime misure per mettere il territorio nazionale in sicurezza dalle sue mille fragilità e non, come sembra, per continuare in una spietata cementificazione, figlia della mitologia bugiarda di una crescita infinita imperniata sull’edilizia, a scapito dell’ambiente, del paesaggio, dei cittadini. Ma se tutte le “grandi opere” si facessero continuando a ignorare la fragilità del territorio, l’Italia ne uscirebbe più debole, e non più forte. E con essa il suo patrimonio artistico, di cui solo a parole ci vantiamo, abbandonandolo intanto al suo destino (nulla è stato fatto per rimediare agli insensati tagli di Tremonti ai Beni Culturali nel 2008).

Il Presidente Napolitano, in un discorso a Vernazza, la cittadina delle Cinque Terre colpita da alluvione (quattro morti), ha detto che «bisogna affrontare il grande problema nazionale della tutela e della messa in sicurezza del territorio, passando dall’emergenza alla prevenzione». Dopo questo saggio monito, l’unico provvedimento concreto è stato, con sinistro tempismo, la “tassa sulla disgrazia” istituita con decreto legge del 15 maggio: in caso di calamità naturali (come il terremoto dell’Emilia), lo Stato se ne lava le mani. Nessuno avrà più un centesimo, se non aumentando le accise sulla benzina, cioè ridistribuendo i costi fra i cittadini (anche i disoccupati, anche i poveri); i cittadini (meglio: chi può) sono inoltre invitati a stipulare un’assicurazione (privata) contro le calamità.
La domanda è dunque: può lo Stato abdicare al proprio compito primario di tutelare il territorio e l’eguaglianza dei cittadini? Può davvero promuovere, all’indomani di un terremoto, nuove cementificazioni e nuovi balzelli?

parola d’archistar

da: “Renzo Piano: come si trasforma una città”

Chissà perché la stampa è concorde nel dichiarare la fine delle grandi narrazioni politiche, e invece quando si tratta di archistar scatta il miracolo … di Curzio Maltese, su “La Repubblica, 20 maggio 2012,

con postilla (f.b.) su www.eddyburg.it

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Uno dei motivi per cui Piano passerà alla storia è questa capacità di popolare zone morte delle città. Il centro Pompidou, il porto di Genova, Potsdamerplatz a Berlino, il quartiere dell’Auditorium a Roma. Esiste un segreto da rivelare ai giovani architetti?
«Ai ragazzi che vengono a bottega da me, a Genova o a Parigi, dico sempre di stare molto attenti a come si comincia un progetto. Io disegno per prima una piazza, sempre. Il vuoto, prima del pieno. Italo Calvino, che ho avuto la fortuna di conoscere bene, scriveva che ogni città ha un luogo felice e sono felici i luoghi dove i cittadini vanno volentieri».

La piazza è la grande invenzione urbanistica e politica degli italiani. Nel Settecento venivano chiamati gli architetti italiani per costruirle in tutta Europa, da San Pietroburgo a Salisburgo. È ancora così, almeno per lei?
«Sì, mi chiamano in giro per il mondo anche per questo. Prenda il progetto della nuova sede della Columbia University a New York. Nasce tutto intorno a una piazza e credo sia questa una delle principali ragioni per cui l’hanno scelto».

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Oggi le città italiane sono sempre meno vivibili, divise in ghetti per ricchi e per poveri. Per non parlare dello scempio dei nostri porti. È possibile invertire la tendenza?
«È paradossale, ma quando vado in giro per il mondo, da Los Angeles a Seul, tutti citano come modello le città italiane, il nostro stile, il vivere appunto in piazza, in strada. Noi invece negli ultimi anni abbiamo pensato di imitare mediocri modelli stranieri, immaginando d’inseguire chissà quale straordinaria modernità. Sono molte le cose da fare, ma l’errore è pensare solo a grandi opere, utili magari alla politica spettacolo, ma non alla vita di tutti i giorni. Bisognerebbe invece cominciare dal piccolo, dalle piste ciclabili, dai giardini, dai mille minimi interventi per ricucire il tessuto urbano, a partire dalla periferia fino al cuore delle città. E naturalmente bandire le automobili dai centri cittadini. Riacquistare insomma uno sguardo più lungo. La politica di questi vent’anni ha inseguito il consenso giorno per giorno, ma alla fine lo sta perdendo tutto insieme. Mi auguro che chi arriverà abbia imparato la lezione».

postilla
Un miracolo, non c’è che dire: se in cima alla torre eleviamo un architetto, meglio ancora un’archistar mediatica terzo millennio, invece della solita barzelletta su chi buttare giù per primo ne nasce la grande narrazione urbana. Scherzi a parte, nonostante sia il giornalista poco pettegolaio che l’architetto con ego misurato attenuino l’effetto, siamo sempre dalle parti del famoso equivoco per cui quando un centro urbano, un’area metropolitana, rinascono a nuova vita dopo una crisi di qualunque genere, si va a cercare la chiave di tutto in chi ha messo la ciliegina sulla torta. Come spiegare in altro modo l’entusiasmo con cui sindaci di tutto il mondo chiamano appunto i grandi nomi del design internazionale a “risolvere i problemi urbanistici”? Quando, sindaci in testa, dovrebbero ormai averlo capito tutti che se la città è di tutti, naturalmente è anche dell’architetto. Ma non più di così. Lasciamone magari un pezzettino pure al fruttivendolo, alle studentesse sui gradini della biblioteca, a quel tizio che si allaccia le scarpe contro il paracarro … (f.b.)

la p.a.l.a.z.z.i.n.a.

La Edimo e la palazzina ecologica

da http://www.3e32.com. 21 mag

Ci vuole veramente un bel coraggio a definire ecologica la palazzina, in fase di ultimazione, che il Gruppo Edimo sta realizzando nel nucleo industriale di Poggio Picenze.
Si tratta in realtà di un “avveniristico”- su questo concordiamo- mostro edilizio di 8.500 mq, maldestramente sminuito a palazzina che si sviluppa su 6 piani, invadendo e sovrastando una delle più belle valli del comprensorio aquilano, con un impatto paesaggistico senza precedenti sulla visuale della media valle dell’Aterno: a far da cornice la catena del Sirente Velino, il castello-recinto di Sant’Eusanio Forconese, il castello di Santo Spirito e il borgo di Fossa.
In realtà, un edificio realizzato in area industriale, per essere definito ecologico, oltre alla classe energetica “A” dovrebbe avere altri requisiti tra cui essere:
– adeguatamente localizzato in termini plano volumetrici rispetto al paesaggio, – fornito di impianto di smaltimento di rifiuti solidi e liquidi (acque nere), consumo e recupero di acqua piovana e non incidere sulla mobilità conseguente.

In seconda battuta, è inevitabile chiedersi chi abbia consentito tutto questo oltre all’amministrazione comunale di Poggio Picenze, considerato che lo smisurato ampliamento che il Gruppo Edimo ha realizzato nel corso degli ultimi anni trova origine da un accordo di programma siglato nel dicembre 2008 dall’allora Presidente della Provincia Stefania Pezzopane, dai sindaci dei Comuni di Barisciano, Fossa, Poggio Picenze, San Demetrio né Vestini, e dalle società EDIMO Metallo SpA e la DLG srl.
La riflessione che sorge inevitabile e spontanea è come, amministratori di Comuni ricadenti in area parco, consiglieri provinciali del comprensorio, ex assessori regionali ai Beni Ambientali, all’Urbanistica e Parchi, che negli ultimi mesi ci hanno anche dispensato pillole di saggezza sui concetti di sviluppo sostenibile e tutela ambientale, abbiano potuto avallare tutto questo.
Un grande urbanista aquilano, molto amato anche dalla sinistra aquilana, scomparso dopo il terremoto, sosteneva con i suoi allievi che un bravo urbanista, prima di intervenire e modificare le città dovrebbe innanzitutto camminarle e camminarle per capirle e non commettere errori: ai nostri politici e amministratori consigliamo lo stesso, di farsi un bel giro in macchina o una bella camminata prima di siglare accordi che, come nel caso specifico, modificano enormemente l’area di riferimento, considerato che l’investimento complessivo dell’accordo di programma ammonta a quasi 10 milioni di euro.

Nel frattempo il signor Taddei, forse consapevole dell’impatto visivo che l’area industriale ha nel suo complesso con una espansione di diversi chilometri quadrati tra il bivio per Fossa, la Strada statale 261 per San Demetrio nè Vestini e il fiume Aterno, ci allieta con un murales (trompe d’oil) di montagne e pini mediterranei, un ulteriore colpo di genio per distrarre l’allibito osservatore che dinanzi a tale pregio artistico non sa se inorridire per la “palazzina” o per la “pittata naif”.
E sempre in barba ai basilari principi dell’ecologismo, la Edimo ha realizzato nella stessa area una pista per l’atterraggio di ultraleggeri, un altro abuso in merito al quale sarà doverosa la verifica delle necessarie autorizzazioni e permessi delle amministrazioni comunali coinvolte per competenza.
Siamo convinti che il nostro territorio possa, invece, riconvertire il suo tessuto economico e sociale a partire dalla eco-sostenibilità, ma per farlo non basta passare pennellate di verde sopra mostruosità ecologiche ed urbanistiche: occorre una pianificazione trasparente e partecipata, che non può assolutamente prescindere dalla tutela e dalla valorizzazione del patrimonio naturalistico-ambientale esistente.
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il disegno della città

da “IL DISEGNO DELLA CITTÀ E LE SUE TRASFORMAZIONI
«Città e Storia», VI, 2011, 1, pp. 151-187 ©2011 Università Roma Tre-CROMA
di Mario Centofanti, Stefano Brusaporci

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L’Aquila conserva in sé, nel senso che le contiene, la propria memoria storica e la propria identità, e ciò nonostante proprio quest’ultima sia stata ripetutamente messa in discussione nei suoi significati dagli eventi sismici e la città sia stata obbligata più volte a ricostruirsi, a reinventarsi, a riproporsi su nuovi registri formali e figurativi.
La comprensione del processo di sedimentazione e stratificazione storica rappresenta comunque la base fondante le regole per la ricostruzione dopo il sisma del 6 aprile 2009, tanto alla scala urbana, quanto a quella del singolo edificio; due diversi livelli nei quali si ripropone identicamente l’antinomia tra conservazione e innovazione sia rispetto alla selezione critica della preesistenza da tutelare, sia rispetto alla cultura innovativa del progetto.
Mario Centofanti-Stefano Brusaporci

*Edifici ad oggi individuabili.

Edilizia Religiosa: 1 Cattedrale dei SS. Massimo e Giorgio, Palazzo Vescovile, Seminario,
S. Maria della Pietà (poi Oratorio di S. Luigi) (secc. XII-XVI-XVIII-XX); 2 S. Bernardino
Convento dei Minori Osservanti (secc. XV-XVI) ; 3 S. Maria di Collemaggio badia
Celestiniana (secc. XIII-XV-XVIII); 4 S. Giusta di Bazzano (secc. XIII-XV-XVII); 5 S. Maria
di Paganica (secc. XIII-XIV-XVIII); 6 SS. Nicandro e Marciano di Roio (secc. XIV-XVIII);
7 S. Pietro di Coppito (secc. XIII-XVIII); 8 S. Agnese Monastero di Celestine (secc. XVXVIII);
9 S. Agostino Convento degli Eremitani (secc. XIII-XVIII); 10 S. Amico Monastero
di Agostiniane (secc. XIV-XVII); 11 Ospizio dei Minori Riformati, S. Anna (sec. XVIII); 12
S. Antonio de’ Nardis (sec. XVII); 13 S. Basilio Monastero di Celestine (secc. XIV-XVIII);
14 S. Benedetto di Arischia (secc. XIV-XVIII-XX demolita); 15 SS. Biagio e Vittorino di S.
Vittorino d’Amiterno (secc. XIV-XVIII); 16 S. Carlo Convento dei Minori del Terzo Ordine
(sec. XVII-XIX non più esistente); 17 S. Caterina Martire (su preesistenza S. Geronimo),
Monastero di Celestine (secc. XIV-XVIII); 18 S. Caterina da Siena Monastero di Domenicane
(secc. XVI-XVII); 19 S. Chiara d’Aquili Monastero di Clarisse (secc. XIII-XVIII); 20 SS.
Concezione (secc. XIII-XVIII-XIX); 21 SS. Crisante e Daria Opera Pia (secc. XVI-XVIIXIX
non più esistente); 22 Cristo Re (sec. XX); 23 S. Croce Monastero di Cistercensi (secc.
XVI-XVIII); 24 SS. Crocifisso (sec. XVII); 25 S. Domenico Convento dei Domenicani (secc.
XIV-XVIII); 26 SS.Eucarestia Monastero di Clarisse (secc. XIV-XV); 27 S. Filippo Neri dei
Preti dell’Oratorio (sec. XVII); 28 Oratorio della Congregazione di S. Filippo Neri (sec.
XVIII); 29 S. Flaviano della Torre (sec. XIV); 30 S. Francesco a Palazzo, Convento dei Minori
Conventuali (secc. XIII-XV-XVIII-XIX demolita); 31 S. Giovanni Battista di Lucoli (sec.
XV-XIX demolita); 32 S. Giuseppe (sec. XVIII); 33 SS. Giustino e Martino di Chiarino
(sec. XIII-XX demolita); 34 S. Leonardo (sec. XVIII-XX demolita); 35 S. Leonardo di
Porcinari (sec. XV-XIX demolita); 36 S. Lorenzo di Pizzoli (secc. XIII-XIX-XX) ; 37 S. Lucia
Monastero di Agostiniane (secc. XIV- XVIII-XX); 38 S. Marco di Pianola (secc. XIV-XVIII);
39 S. Margherita Collegio dei Gesuiti (sec. XVII); 40 S. Maria degli Angeli (sec. XVI); 41 S.
Maria Annunciata di Preturo Opera Pia (secc. XV-XIX); 42 S. Maria Assunta Congregazione
dei Nobili (secc. XVI-XVII-XVIII); 43 S. Maria delle Buone Novelle (secc. XV-XVIII); 44 S.
Maria del Carmine (secc. XV-XVIII); 45 S. Maria di Cascina (secc. XIII-XVIII dismessa); 46
S. Maria ad Civitatem Opera Pia (secc. XIV(?)-XIX demolita); 47 S. Maria di Forfora (secc.
186 Mario Centofanti-Stefano Brusaporci
XIV-XX); 48 S. Maria di Gignano (secc. XV(?)-XVIII dir.); 49 S. Maria delle Grazie (secc.
XVII-XX demolita); 50 S. Maria di Intervera (secc. XVI-XIX demolizione); 51 S. Maria
Maddalena Monastero di Celestine (secc. XVI-XX demolita); 52 S. Maria della Misericordia
Opera Pia (sec. XVI); 53 S. Maria della Neve (secc. fine XIV-XIX demolita); 54 S. Maria
di Picenze; 55 S. Maria dei Raccomandati Monastero di Celestine (secc. XIV-XIX); 56 S.
Maria di Rascino (secc. XVI-XVII-XIX poi S. Francesco di Paola); 57 S. Maria del Rifugio
Monastero di Cistercensi Riformati (secc. XVIII-XX); 58 S. Maria di Roio (secc. XIV-XVIII);
59 S. Maria dei Sette Dolori (secc. XIV-XVIII); 60 S. Maria del Suffragio (sec. XVIII); 61 S.
Maria del Vasto (secc. XV-XX demolita); 62 S. Michele Ospizio dei Cappuccini (secc. XVIIXIX);
63 S. Nicolò di Santanza (secc. XIV-XVIII-XX); 64 SS. Nome di Gesù (XIX demolita);
65 SS. Orsola e Teresa Opera Pia (secc. XVII-XIX); 66 S. Paolo dei Barnabiti (sec. XVII); 67
S. Paolo di Lavaredo; 68 SS. Pietro e Nicolò di S. Pietro e della Genca (secc. XIV-XIX demolita);
69 S. Quinziano di Pile (secc. XIII-XIV-XVIII); 70 S. Salvatore (secc. XV-XIX non più
esistente) con annesso Ospedale (n. 222); 71 S. Sebastiano (secc. XIV-XIX non più esistente);
72 S. Silvestro di Collebrincioni (sec. XIV); 73 S. Spirito; 74 Spirito Santo (secc. XVI-XIX
demolita); 75 S. Tommaso di Terra Negra, Commenda dell’Ordine di Malta (secc. XIV-XX);
76 S. Vito (secc. XV-XX) con annesso Ospedale (n. 221).
Edilizia Civile: 77 Palazzo Alfieri (secc. XV-XVII-XVIII); 78 Palazzo Alfieri (secc. XV-XVIIIXIX);
79 Palazzo Alfieri (sec. XVI); 80 Palazzo Alfieri (sec. XVII); 81 Palazzo Alfieri poi
Pica-Alfieri (su preesistenza Palazzo del Conte, secc. XV-XVIII); 82 Palazzo Alfieri-De Torres-
Dragonetti (secc. XVII-XVIII-XIX); 83 Palazzo Alfieri-Ossorio (secc. XV-XVIII); 84 Palazzo
Alfieri-Ossorio (sec. XVII); 85 Palazzo Antinori (sec. XVIII); 86 Palazzo Antonelli (sec.
XVIII); 87 Palazzo Antonelli (sec. XVIII); 88 Palazzo Antonelli-De Torres-Dragonetti (secc.
XVI-XVIII); 89 Palazzo Ardinghelli (sec. XVIII); 90 Palazzo Baroncelli-Cappa (secc. XVIXVIII);
91 Palazzo Benedetti (su preesistenza Gaglioffi, sec. XVIII); 92 Palazzo Berrettini
poi Manetti (sec. XVIII); 93 Palazzo Betti (seconda metà sec. XIX); 94 Palazzo Bonanni poi
Cipollone Cannella (secc. XVI-XIX); 95 Palazzo Branconio (secc. XVI-XVIII); 96 Palazzo
Branconio (secc. XVI-XIX); 97 Palazzo Bucciarelli-Vivio (secc. XV-XVIII); 98 Palazzo Burri
(secc. XV-XVIII); 99 Palazzo Burri-Corsi (sec. XVIII); 100 Palazzo Burri-De Marinis poi
Chiarizia (secc. XVI-XVIII); 101 Palazzo Burri-Gatti (sec. XV); 102 Casa Camponeschi-
Cappa (sec. XV); 103 Palazzo Carli (Benedetti) (secc. XV-XVI); 104 Palazzo Carli (secc. XVIXVIII);
105 Palazzo Carli (sec. XVIII); 106 Palazzo Carli-Cappa (sec. XVIII); 107 Palazzo
Carli-Porcinari (sec. XVII); 108 Palazzo Centi (sec. XVIII); 109 Casa Cerasoli (sec. XVI);
110 Palazzo Cesura (sec. XVI); 111 Palazzo Ciampanella (sec. XVI); 112 Palazzo Ciampella
poi Cappelli (sec. XVI); 113 Palazzo Ciampella poi Ciolina (su preesistenza Lepidi, sec.
XVIII); 114 Palazzo Ciambella-Perella (sec. XVI); 115 Palazzo Ciccozzi (sec. XVIII); 116
Palazzo Ciolina (su preesistenza Oliva-Vetusti, sec. XVIII); 117 Palazzo Cito-Cidonio (su
preesistenza Oliva-Palmaro-Alfieri, sec. XIX); 118 Palazzo Cresi (secc. XVI-XVIII); 119
Palazzo D’Armi (su preesistenza Emiliani, sec. XIX); 120 Palazzo Dragonetti (sec. XVI); 121
Palazzo Dragonetti (secc. XVI-XVIII); 122 Palazzo Falconio (sec. XVII); 123 Palazzo Fanella
(sec. XIX); 124 Palazzo Fibboni (sec. XVI); 125 Palazzo Franchi-Fiore (sec. XV); 126 Palazzo
Gigotti (sec. XIX, sostituito sec. XX con pal. Federici); 127 Palazzo Iacobucci (sec. XIX); 128
Palazzo Ienca (sec. XVIII); 129 Palazzo Incordati (sec. XVI); 130 Palazzo Lepidi-De Rosis-
Alessandri; 131 Palazzo Lucentini Paolantonio-Bonanni (secc. XV-XIX-XX); 132 Palazzo
Manieri (secc. XV-XVIII); 133 Palazzo Micheletti-Romanelli (sec. XVII); 134 Palazzo Nardis
(secc. XVII-XVIII); 135 Palazzo Nardis-Oliva-Vetusti (secc. XVI-XVIII); 136 Casa di Nicola
di Notar Nanni (sec. XV); 137 Palazzo Nodali-Gagliardi-Sardi (sec. XVIII); 138 Palazzo
IL DISEGNO DELLA CITTÀ E LE SUE TRASFORMAZIONI 187
Oliva-Cappa (sec. XVII); 139 Palazzo Oliva-Vetusti (sec. XVIII); 40 Palazzo Oliva-Vetusti
(sec. XIX); 141 Palazzo Paone (sec. XVIII); 142 Palazzo Persichetti su preesistenza Colantoni-
Franchi, sec. XVIII); 143 Palazzo Petrini (su preesistenza De Rosis-Marchi sec. XIX, poi sostituito
da pal. Banco di Napoli sec. XX); 144 Palazzo Pica-Bernardi (sec. XVIII); 145 Palazzo
Pietropaoli (sec. XVIII); 146 Palazzo Porcinari (secc. XVI-XVIII); 147 Palazzo Porcinari-De
Marinis (sec. XVII); 148 Palazzo Quinzi (sec. XVIII); 149 Palazzo Quinzi-Cappa-Di Paola
(secc. XVII-XVIII); 150 Palazzo Rivera (secc. XVI-XVIII); 151 Palazzo Romanelli (sec. XVI);
152 Palazzo Rustici (sec. XVI); 153 Palazzo Sidoni (sec. XIX); 154 Palazzo Simeonibus (secc.
XV-XIX); 155 Palazzo Speranza (sec. XIX); 156 Palazzo Zuzi (sec. XVIII); 157 Palazzo su
preesistenza Alessandri (sec. XVIII); 158 Palazzo su preesistenza Gentile (sec. XVIII); 159
Palazzo su preesistenza Oliva (sec. XIX); 160 Palazzo su preesistenza Salvati-Agnifili (sec.
XIX); 161 Palazzo Via S. Marciano (sec. XIX); 162 Palazzo Via Tre Marie (sec. XIX); 163
Fortezza Spagnola (sec. XVI); 164 Palazzo del Magistrato (secc. XIV-XVI-XVIII-XIX); 165
Caserme di Artiglieria “De Rosa” (sec. XIX); 166 Palazzo di Giustizia (sec. XX); 167 Ufficio
Tecnico Erariale (sec. XX); 168 Palazzo I.N.P.S. (sec. XX); 169 Palazzo I.N.A. (sec. XX);
170 Palazzo I.N.F.P.S. (Ist. Naz. Fascista Previdenza Sociale); 171 Palazzo I.N.F.A.I.L. (Ist.
Naz. Fascista Assicurazione Infortuni sul Lavoro) (sec. XX); 172 Palazzo Uffici Governativi
(sec. XX); 173 Palazzo delle Poste (sec. XX); 174 Sede S.I.P. (sec. XX); 175 Sede I.N.A.M.
(sec. XX); 176 Palazzo Uffici Finanziari (sec. XX); 177 Palazzo Camera di Commercio (su
preesistenza Pica-Angelini) (sec. XX); 178 Sede E.N.E.L. (sec. XX); 179 Sede E.N.E.L. (già
Caserma Angelini su preesistenza dei Notar Nanni) (sec. XIX); 180 Sede A.C.I. (sec. XX);
181 Sede società Acquedotto Ferriera (su casa Mariani) (sec. XX); 182 Sede A.N.A.S. (sec.
XX); 183 Nuova sede Uffici Finanziari(sec. XX); 184 Casa del Balilla (sec. XX); 185 Casa
del Combattente (sec. XX); 186 Casa della Giovane Italiana (poi sede I.S.E.F.) (sec. XX);
187 Casa dello Studente (sec. XX); 188 Casa del Mutilato ed Invalido (sec. XX); 189 Nuovo
Collegio d’Abruzzo Universitario dei Gesuiti e sede U.P.I.M. (sec. XX); 190 Istituto Maestre
Pie Filippine (sec. XX); 191 Opera Giovanile dei Salesiani (sec. XX); 192 Istit. S. Caterina
delle Suore Ferrari (sec. XX); 193 Istituto Suore Zelatrici del S. Cuore (sec. XX); 194 Istituto
Sacra Famiglia (sec. XX); 195 Istituto “Dottrina Cristiana” (sec. XX); 196 Istituto Salesiano
Femminile (sec. XX); 197 Istituto “Oasi” (Istituto Monastico Assistenziale) (sec. XX); 198
Palazzo Cassa di Risparmio (sec. XX); 199 Palazzo Banca d’Italia (sec. XX); 200 Palazzo
Banca Nazionale del Lavoro (sec. XX); 201 Teatro S. Ferdinando (poi Teatro Comunale) (sec.
XIX); 202 Cinema Massimo (sec. XX); 203 Cinema Olimpia (sec. XX); 204 Hotel “Duca
degli Abruzzi” (sec. XX); 205 Hotel “Castello” (sec. XX); 206 Residence “Le Cannelle” (sec.
XX); 207 Grande Albergo (sec. XX); 208 Edificio Commerciale (sec. XX); 209 Market
(sec. XX); 210 Direzione e Dep. Società Commerciale (sec. XX); 211 Scuola Materna (sec.
XX); 212 Scuola Materna ed Elementare (sec. XX); 213 Scuola Elementare II Circolo (sec.
XX); 214 Scuola Media “G. Mazzini” (sec. XX); 215 Scuola Media “G. Carducci” (sec.
XX); 216 Istituto Magistrale Statale (sec. XX); 217 Istituto Tecnico Femminile (sec. XX);
218 Istituto d’Arte (sec. XX); 219 Direzione Didattica VIII Circolo (sec. XX); 220 Mensa
Universitaria (sec. XX); 221 Ospedale di S. Vito (poi sostituito dal Mattatoio) (sec. XVIII);
222 Ospedale di S. Spirito (sec. XVIII); 223 Ospedale S. Salvatore (sec. XV-XIX); 224
Dispensario Antitubercolare (sec. XX); 225 Dispensario di Igiene (sec. XX); 226 Palazzini
Uffici Amministrativi Ospedale Civile (sec. XX); 227 Casa di Cura “S. Giuseppe” (sec. XX);
228 Casa di Cura “Colletti” poi Sanatrix (sec. XX); 229 Deposito Carburanti (sec. XX); 230
Autorimessa Pubblica (sec. XX); 231 Autorimessa Pubblica poi Palestra Comunale (sec. XX).

Ora gli impianti sportivi minacciano il paesaggio

Ora gli impianti sportivi minacciano il paesaggio

di Salvatore Settis, da www.eddyburg.it, 17 mag.

Ancora una volta, dopo gli anni di Tangentopoli e quelli di Barlusconi, gli impianti sportivi come occasione per devastare il teritorio. La Repubblica, 17 maggio 2012

Strane notizie dal Parlamento: a quel che pare è diventato «urgente e indifferibile» costruire stadi sportivi su aree a verde agricolo, e farlo in barba alle regole e alla Costituzione. Il governo ha appena rilanciato, peggiorandolo, un disegno di legge sugli stadi (AC 2800), presentato a inizio legislatura dal governo Berlusconi per «favorire la costruzione di impianti sportivi a sostegno della candidatura dell´Italia a manifestazioni sportive internazionali». Ma lo sport ha il ruolo di un cavallo di Troia: gli articoli della legge (già approvata al Senato e in discussione alla Camera) incoraggiano infatti la costruzione, intorno agli stadi, di zone residenziali e di servizi alberghieri e del terziario. Vere e proprie new towns, se vogliamo usare l´etichetta inventata per mascherare il delittuoso abbandono del centro storico dell´Aquila in favore di insediamenti “nuovi” che ne hanno disgregato il tessuto sociale.

Il governo Monti non si è finora distinto per attenzione ai problemi dell´ambiente, del paesaggio, dei beni culturali. Prosegue anzi, su questo fronte, la deriva inerziale che ha marcato il resto della legislatura in corso. Nulla, ad esempio, è stato fatto per correggere il dimezzamento dei fondi dei Beni Culturali (2008), perpetrato sotto gli occhi arrendevoli di Bondi. Nulla per frenare l´emorragia di personale: l´età media dei superstiti veleggia verso i 60 anni, e più di metà delle Soprintendenze italiane sono coperte “a scavalco”, da funzionari che saltano da una città all´altra (nulla di simile accade per prefetti e questori). Eppure alcuni provvedimenti di questi mesi, pur innescati da motivazioni solo economiche, avranno effetti positivi. Tale è ad esempio la riduzione del sostegno alle imprese che producono impianti eolici e solari: fingendosi ecologista, l´Italia è in cima alle classifiche per incentivi alle imprese, ma non spende quasi nulla in ricerca nel settore. Si vede così che quel che importa non è produrre energia pulita, ma foraggiare gli amici degli amici. E intanto le pale eoliche, che in molti luoghi devastano il paesaggio, producono mediamente meno del 10% della potenza nominale installata (e sbandierata).

[.....]

Rispetto a Galan, il nuovo governo ha fatto un passo indietro: nel testo presentato dal ministro Gnudi (che ha la delega allo sport), il silenzio-assenso torna a galla mediante il miserevole artificio di una conferenza dei servizi, destinata a favorire il trionfo dei palazzinari in agguato mettendo a tacere la voce del Soprintendente. Al suo parere vincolante si sostituisce infatti «il provvedimento conclusivo della conferenza di servizi, ad ogni effetto titolo unico per la realizzazione dell´intervento». Defenestrando senza scrupoli il pubblico interesse che (secondo la Costituzione) governa la tutela del paesaggio, la procedura viene svilita e ridotta al teatrino della contrattazione fra Comuni e costruttori. Perfino le «valutazioni di ordine sociale, ambientale e strutturale, degli impatti paesaggistici e delle esigenze di riqualificazione paesaggistica» vengono demandate (meglio: svendute) a uno studio di fattibilità, affidato non al Ministero, ma alla stessa impresa proponente. E, tanto per chiarire, il tutto dovrebbe svolgersi velocizzando al massimo «le necessarie varianti urbanistiche e commerciali» all´insegna di una «dichiarazione di pubblica utilità e di indifferibilità ed urgenza delle opere».

Si scopre così che, mentre è in atto una gravissima crisi economica, con la macelleria sociale che ne consegue, è indifferibile costruire nuovi stadi in giro per l´Italia, anzi circondarli di supermercati e condomini nonostante i due milioni di appartamenti invenduti [....]

© Luca Ciaffoni . Pubblicata il 09 Ottobre 2009, da http://europaconcorsi.com

 

anniversari

da “il MessaggeroVeneto”, 15 mag

.. ripartire… accelerare

Misiti, Parlamento acceleri su norme ricostruzione

(ASCA) – Roma, 14 mag –

”Il ministro Barca ha assicurato che sulla ricostruzione dell’Aquila si sono fatti passi avanti notevoli grazie all’impegno governativo e commissariale. Tali generiche assicurazioni non contribuiscono affatto a tranquillizzare gli abruzzesi perche’ considerate ripetizioni di tante altre dichiarazioni del passato sullo stesso argomento. E’ giunto invece il tempo di passare dalle parole ai fatti, come ci era stato assicurato in un incontro presso la Presidenza del Consiglio dallo stesso Ministro”. Lo afferma, in una nota, il capogruppo di Grande Sud alla Camera dei deputati Aurelio Misiti.

”E’ urgente pertanto un’accelerazione dei lavori parlamentari – spiega Misiti – per modificare le norme vigenti rendendole piu’ chiare e immediatamente attuabili. Il Governo dovrebbe sostenere, come ha piu’ volte promesso lo stesso Ministro Barca, lo sforzo del Parlamento e degli Enti Locali tendente a superare ogni ostacolo nella realizzazione del recupero del grande centro storico, sia semplificando la normativa del 2009 e sia – prosegue – restituendo ai responsabili degli Enti Locali il potere di intervenire direttamente nella ricomposizione del tessuto urbanistico, storico e archeologico di quel territorio”.

Per l’esponente del movimento arancione ”effettuato il ballottaggio elettorale nel capoluogo abruzzese, con l’elezione del nuovo sindaco, non vi saranno piu’ scuse per nessuno sulla via da seguire, non solo per riportare tutti i cittadini aquilani nelle proprie abitazioni ricostruite con incentivi pubblici, ma anche per restaurare e adeguare con sistemi antisismici tutti gli edifici pubblici, religiosi e privati di alto valore culturale e architettonico. Gli investimenti per la ricostruzione, se ben gestiti – aggiunge – , procureranno migliaia di posti di lavoro nel settore edilizio e diverranno volano per la ripresa economica dell’Abruzzo, che dovra’ poggiare anche su consistenti incentivi specifici nei settori produttivi esistenti’‘. [....]

governare il rischio

Ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo – Convegno

L’ Abruzzo, vittima di un evento calamitoso che ha devastato l’ Aquila e alcuni paesi circostanti circa tre anni fa, ancora oggi, sta vivendo una situazione decisamente difficoltosa.

La ricostruzione in seguito ad eventi calamitosi ha perso, oggi, la capacità di ripristino delle condizioni precedenti con un miglioramento complessivo delle condizioni urbane e territoriali. La condizione essenziale consiste nel superare le diffuse resistenze culturali e superare i pregiudizi legati al costo della prevenzione.

L’ impostazione culturale di modificare una visione tecnicistica degli interventi e mettere in piedi un efficace governo del rischio, in modo da produrre una maggiore sicurezza e un miglioramento funzionale, ha guidato il lavoro di collaborazione svolto dalla Facoltà di Architettura della Sapienza per i Piani di Ricostruzione post-sismica in Abruzzo.

Il convegno dal titolo: Governare il Rischio, si terrà lunedì 14 maggio alle ore 9.30, all’ aula magna della facoltà di Architettura in via Antonio Gramsci 53, Roma.

Nel corso dell’ evento si affronteranno i temi della prevenzione del rischio a partire dall’esperienza dei piani di ricostruzione in Abruzzo (Area Omogenea 9), curati appunto dal gruppo di ricerca inter-dipartimentale della Facoltà di Architettura della Sapienza, con l’obiettivo di delineare la ricostruzione come strumento principale di riduzione del rischio, abbandonando ogni connotazione statica legata all’idea di ripristino delle condizioni precedenti.

È prevista la partecipazione di personalità del mondo politico e istituzionale tra cui Francesco Profumo, ministro dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca scientifica; Giovanni Chiodi, Commissario delegato per la Ricostruzione in quanto presidente della Regione Abruzzo; Luigi Frati, rettore della Sapienza; Renato Masiani, preside della facoltà di Architettura; Piero Ostilio Rossi, direttore del dipartimento Architettura e progetto.

Carmen Corrado, http://www.controcampus.it, 12 mag

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L’Aquila in diretta (ogni tanto)

il sismografo di Massimo

che sia sempre “piatto” e giallo !

immagine "on-line" da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.html

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