Archivio per la categoria 'Informazione vs ControInformazione'

L’Aquila, val di Susa

da http://www.3,32.it, 3 lug

spopolamento c.a.s.e.

(elaborazione dati e grafica Luciano BelliLaura, 13 mag.)

disastro ambientale…

Un puntuale bilancio degli atti compiuti dal governo Berlusconi conferma la radicale incompatibilità tra berlusconismo e ambiente.

di Giovanna Ricoveri su Micromega, n. 2/2011, da http://www.eddyburg.it

Meno nota e non sempre sotto i riflettori, la (non) politica ambientale dei vari governi Berlusconi ha provocato effetti disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni. Oltre a distruggere il nostro ecosistema, ha un costo economico e sociale enorme che ricade soprattutto sui soggetti più deboli.

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Il terremoto dell’Abruzzo e le new towns. La dichiarazione dello «stato di calamità naturale» con cui il governo ha affrontato il terremoto dell’Abruzzo del 7 aprile 2009 – 308 morti tra cui 8 studenti universitari – ha messo nelle mani del commissario alla ricostruzione che all’epoca era Guido Bertolaso un ingente flusso di denaro pubblico. Ma le scelte della ricostruzione sono così state sottratte alla popolazione e alle amministrazioni locali, e il commissario nominato dal governo ha pertanto potuto decidere di ricostruire le abitazioni non tanto nel centro storico dell’Aquila dove si trovano i luoghi simbolo della città ma in una ventina di new towns, nuclei abitativi localizzati in aree sparse sulle colline intorno alla città, in aree verdi preziose per assorbire le piogge e neutralizzare la CO2.

Il centro storico dell’Aquila è stato «militarizzato» e reso inaccessibile ai cittadini, motivando questa scelta con problemi di sicurezza delle persone per possibili crolli di parti degli edifici. Gli abitanti della città sono stati delocalizzati nelle new towns, o in costosissimi alberghi sulla costa adriatica, lontani dalle loro radici e dai luoghi degli affetti e della quotidianità. Mentre il governo raccontava ai quattro venti di aver compiuto un miracolo e di avere ridato casa ai terremotati, si è scoperto che le «macerie» off limits per i cittadini erano state trasformate in rifiuti smaltiti illegalmente dalla mafia e che gli appalti per la costruzione delle new towns erano stati pilotati da Bertolaso, il commissario alla ricostruzione. L’inchiesta della magistratura è ancora in corso, ma difficilmente essa potrà misurare e far pagare a qualcuno il danno ambientale della ricostruzione su aree vergini, distanti e non attrezzate.

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lettera da L’Aquila, o dell’incredulità

Lettera da L’Aquila, a due anni dal terremoto

a cura di Franco Ligonzo, su “il Giornale dell’Ingegnere”, n. 7/2011 , 1 apr.

dai bordi della “riserva indiana”, marzo 2011,

Caro amico, (Franco Ligonzo, ndr),    quasi 24 mesi dopo il terremoto che l’ha distrutta, mi chiedi un aggiornamento sulle condizioni dell’Aquila. Circa un anno fa mi chiedevi il significato del “movimento delle carriole”, e oggi vuoi conoscere le ragioni delle persone che hai visto nei telegiornali sfilare in corteo a Roma a luglio scorso, intente a manifestare pacificamente, ma con determinazione e preoccupazione per protestare contro l’inerzia e il disinteresse del governo o di chissà chi (e prendersi per questo le manganellate dai poliziotti); o sfilare a migliaia nell’unica strada riaperta del centro storico della città, o fare sit-in sull’autostrada Roma – L’Aquila, a maggio e a novembre del 2010.

La risposta è semplice e nello stesso tempo tragica: gli Aquilani vivono nell’incubo di essere privati per sempre della speranza di ritrovare la loro città e il loro centro storico, che era uno dei più belli d’Italia. 

Mi chiedi “Fatti e, soprattutto, contributi costruttivi, non polemiche”.

Ebbene, caro amico, credo che ti deluderò: per quanti sforzi faccia, ripassando le principali vicende accadute nello scorso anno e nei mesi più recenti, non trovo argomenti “costruttivi edificanti” da sottoporti. Debbo dirti che la “ricostruzione completata” è solamente nelle parole, non nei fatti. Sì, certamente, alcune centinaia di aquilani sono tornati ad abitare nelle loro case, finalmente riparate; ma in molte di esse sono tornati solamente per caparbietà, giacché le utenze di rete sono ancora parzialmente o totalmente indisponibili. Per non parlare di tutti i servizi pubblici e privati che erano allocati nel centro storico, come sai chiuso dalle transenne che lo delimitano come “Zona Rossa” e quindi trasferiti “altrove”.

Mi chiedi quale sia il mio sentimento di fronte alle cose che ho visto andando a L’Aquila in questi mesi e io ti rispondo che il sentimento di chi, come me, è stato più volte a vedere le condizioni in cui si trova una tra le più belle e nobili città d’Italia è l’INCREDULITÀ. L’elenco delle cose che destano incredulità potrebbe costituire la check-list delle problematiche che a L’Aquila, dopo 24 mesi, attendono ancora di essere affrontate, trattate, risolte.

INCREDULITÀ che ancora oggi non ci siano dati certi e aggiornati sulla distribuzione territoriale e sulla condizione sociale ed economica della popolazione.

A L’Aquila, prima del terremoto, c’erano 70mila abitanti residenti: quante sono le famiglie che, quest’anno si sono trasferite altrove? In quest’anno scolastico 2010-2011, ci sono stati oltre 700 iscritti in meno alle scuole della città. E la tendenza è di un ulteriore calo delle presenze dei bambini delle elementari. Gli Aquilani se ne vanno per dare ai propri figli una maggiore tranquillità nella scuola e per riacquisire per le proprie famiglie l’opportunità di avere un reddito. E per offrire loro un ambiente e una vista che non sia solo di una informe periferia con insediamenti e tipologie delle più svariate forme e consistenza e di distruzioni, puntellamenti, degrado ambientale e macerie che nessuno rimuove.

A L’Aquila, fino all’aprile del 2009, vivevano e frequentavano oltre 25.000 studenti universitari. Quanti sono adesso? Forse 20.000 o 15.000, secondo dati ufficiosi.

A L’Aquila, ad oggi, ci sono circa 20.000 abitanti nel “Progetto c.a.s.e.” e altri 40.000 fanno parte, ufficialmente, della popolazione assistita o in qualche modo “registrata”; e gli altri dove sono? Altrove. Molti già stabilmente migrati in altre parti della Regione o nelle Marche e nel Lazio. Legati alla città solamente per tutelare i diritti patrimoniali di cui ancora sono titolari; ma fino a quando resisteranno alla tentazione di vendere o svendere a qualche immobiliare privata o di Stato quanto resta delle loro case “E”?

Nel Centro storico de L’Aquila, prima del terremoto, erano presenti 800 attività commerciali; oggi (negli stessi luoghi sottoposti a blocco militare e accesso orario limitato) ne sono riaperte al pubblico soltanto una decina (tra bar, un negozio di ottica, un tabacchino e qualche altro). Le altre attività commerciali “di peso”, hanno riaperto le porte nei centri commerciali della periferia e non torneranno più nel centro storico. Puoi ben comprendere come l’economia di una città prevalentemente terziaria sia praticamente azzerata dalla assenza di uffici, studi professionali, scuole, monumenti, negozi, luoghi della cultura e dello spettacolo. Ormai L’Aquila è una città “diffusa”, una conurbazione priva di alcuna coerenza e integrazione urbanistica, tenuta insieme da bretelle autostradali, svincoli e rotatorie, inventati senza un piano regolatore e realizzati in fretta e furia in mezzo alla campagna.  

Gli urbanisti “fighi” definiscono tale fenomeno col termine di “Sprawl” . Altri, più prosaicamente, parlano di “diaspora”.

Attualmente, tra zone rosse (tutte blindate militarmente e inaccessibili), resti e macerie delle frazioni antiche, 19 insediamenti c.a.s.e., decine di piccoli insediamenti di Moduli Abitativi Provvisori (cosiddetti MAP) e nuclei provvisori di servizi scolastici (MUSP), insediamenti artigianali nei cui capannoni sono state allocate funzioni pubbliche e private, si contano 97 frazioni urbane. A cui si devono aggiungere oltre 3.000 casette di legno, sulla cui provvisorietà si nutrono sin d’ora concreti dubbi.

E’ una città ricostruita, questa?

INCREDULITÀ che i cittadini dell’Aquila, a cui era stata promessa una Zona Franca e le medesime provvidenze economiche e fiscali di cui avevano giovato altre parti d’Italia in situazioni analoghe,  dal giugno 2010, hanno dovuto riprendere a versare i contributi fiscali, previdenziali e le rate dei mutui. Invano, essi chiedono di poter rateizzare le quote di interessi su analoghi contributi  e mutui, non versati nel primo anno dopo il sisma. Con una raccolta di 50 mila firme in tutte le piazze d’Italia, tentano di chiedere la promulgazione di una Legge Speciale che dia una speranza di ricostruzione e di rinascita alla città

E ancora. INCREDULITÀ che non si abbiano dati certi e regolarmente aggiornati sulla situazione del danno sismico del patrimonio edilizio, nelle sue varie componenti (privato, pubblico, storico-monumentale, infrastrutturale, ecc.). Nè quale sia la situazione reale e aggiornata dei sottoservizi e delle reti idriche, fognarie, tecnologiche della città. E intanto, alle prime piogge intense, qualche settimana fa, alcune parti del territorio si sono allagate: non era mai successo prima. Chissà! forse 160 ettari di nuovi insediamenti abitativi (le “famose” c.a.s.e.), con le loro strade e i parcheggi e le superfici coperte a vario titolo e gli sbancamenti di “uso pubblico”, avranno fatto la loro parte per provocare questo nuovo fenomeno degenerativo del territorio. Chissà.

INCREDULITÀ nel constatare che dalle tabelle ufficiali pubblicate sul sito del Comune dell’Aquila, risulti una spesa per puntellamenti e messa in sicurezza con un valore degli appalti di 33 milioni e poi, nel corso di una conferenza stampa, l’Assessore abbia dichiarato che la spesa ammonta a 138 milioni di euro. 33 milioni di euro è stata invece la spesa per i soli bagni chimici.

INCREDULITÀ, provo ancora, che non ci sia stato nemmeno un intervento e non sia stato speso neppure un Euro per uno dei 44 siti monumentali maggiormente danneggiati dal sisma, che il Governo italiano aveva sperato (e fatto credere agli aquilani e agli italiani) venissero “adottati” dai Capi di Stato che parteciparono al G8 nel luglio del 2009, affinchè ne curassero il recupero. La Protezione civile nazionale, nel frattempo, ha demolito soltanto le parti pericolanti, le cupole, le arcate, le facciate, i tetti, ha puntellato i muri, ha “imbalsamato”, per dirla con Pierluigi Cervellati, una città. Ora tutto è fermo: macerie non rimosse; pietre storiche non catalogate (forse alcune rubate o distrutte per sempre), puntellature e transenne ovunque. E la neve arriva ogni anno in città, da novembre ad aprile, puntuale.

Sì, sento spesso con INCREDULITÀ,  che la partecipazione democratica dei cittadini, addirittura “corale” in alcune occasioni e per qualche manifestazione (l’affissione sulle transenne delle “1000 chiavi” delle case distrutte, le “domeniche delle carriole” per lavorare tutti insieme alla rimozione delle macerie e dell’immondizia; la spedizione ai Potenti d’Italia e del mondo (perfino a Obama) delle “1000 post-card” dall’Aquila”, il blocco dell’autostrada per Roma, il Consiglio comunale convocato a Piazza Navona a Roma e alle manifestazioni nazionali di luglio e di novembre), invece di essere “incanalata” in una partecipazione collettiva alle scelte per la ricostruzione, sia stata lasciata a macerarsi in  un assemblearismo sterile e sempre più stanco e deluso, incapace di coinvolgere efficacemente i politici locali e nazionali.

Che, quello che servirebbe e che non si riesce aottenere, come invece fu fatto per altri terremotati d’Italia, sarebbe l’introduzione di una “tassa di scopo”, estesa a tutti i cittadini italiani, indispensabile per il finanziamento certo e regolare della ricostruzione. Manca l’istituzione di una “zona franca” (che era stata promessa dai politici) per favorire la ripresa delle attività produttive e il loro ritorno nelle sedi originarie. I commercianti invece, appena possono, cercano altre collocazioni e altri mercati. Come dargli torto, in mancanza di una solida “domanda” locale e di prospettive credibili per la rianimazione del cuore della città? Manca il Progetto della Ricostruzione e una apposita Legge nazionale che lo regoli, mentre politici e amministratori favoleggiano di mirabolanti master-plan, elaborati e/o nascosti chissà dove.

Forse è giusto che noi, che non siamo de L’Aquila, non si abbia titolo per dire la nostra, né tantomeno per criticare standocene fuori dal “cratere”, sempre più somigliante a una “riserva indiana”. Certo è vero che i 309 morti, il terrore delle scosse, le notti passate in tenda, al freddo, non sono nostri. Ma noi “da fuori” vediamo che molto è stato fatto e tanto è stato speso per trasformare una cittadina di 70.000 abitanti (che, a metà del XIII secolo, si era formata per l’”incastellamento” di una miriade di borghi che le facevano da corona, con un Centro storico che era la sintesi di questo processo e l’elemento unificante) in un agglomerato informe di quartieri dormitorio, rotatorie, aeroporti, chiese, scuole, centri di aggregazione senza alcuna coerenza urbanistica e con l’intenzione di partenza di raccordare una distribuzione abitativa, di funzioni e di servizi mediante altre infrastrutture, altro scempio di territorio, altri investimenti speculativi. E uso di materiali vili, latta, cartongesso, pannelli prefabbricati, legno lamellare, progetti di bassissimo profilo.

E intanto il centro storico resta, quello sì, immoto riguardo agli interventi, ma non riguardo alla proprietà, che nel baillamme mediatico è passata e passa giorno dopo giorno, silenziosamente, in altre mani.

Affaristi e speculatori di vario genere e nazionalità si stanno spartendo L’Aquila; la finanza immobiliare, ha messo gli occhi sui palazzi del centro storico e su alcuni progetti definiti strategici, per comprare e rivendere immobili. I Fondi Immobiliari sono pronti a intervenire per ricomprarsi a poco prezzo le case del centro storico dai cittadini delusi e stanchi dall’immobilismo della rinascita della loro città e condannandoli alla emigrazione o alla vita in uno dei 19 quartieri-dormitorio.

Insomma, caro amico mio, una situazione che lascia poco spazio a “ben sperare” e che, per chi, come me, la segue “dai bordi della riserva”, desta un unico sentimento: INCREDULITA’. E tanta tristezza.

Adriano Di Barba

L’Aquila a Roma

piazza Montecitorio, 13 aprile

Contro l’ingiustizia del “processo breve”


vogliamo riguardare i conti?

L’appetito vien mangiando, oppure costruendo a L’Aquila?

di Luciano Belli Laura, 9 mar.

I costi del Progetto C.A.S.E. che ha prodotto le 19 new town a L’Aquila vengono spesso analizzati, ma raramente comparati e valutati. Per il fatto che l’onere sostenuto dalla Protezione civile è costantemente aumentato nel tempo, mentre sta regolarmente calando il numero di sfollati ivi ricoverati, in comodato d’uso. Tutte le case di questi C.A.S.E. furono fatte come provvisorie, ma durature, per dare un tetto a coloro che nel capoluogo ebbero (ed hanno tuttora) la casa inagibile o distrutta. Tutte progettate dall’ing. Gian Michele Calvi ipotizzando un costo di 560milioni e tutte terminate a febbraio 2010. Indi, passarono in gestione al Comune. Ciononostante, solo ora, il successore di Bertolaso ha reso accessibile l’ultimo resoconto di spesa che, con una sorprendente maggiorazione del 45,7%, sfiora gli 816milioni d’Euro. Avvenuta assai prima dell’incremento dei costi delle escort e della benzina. In un periodo di grande preoccupazione per la “stagflation” (combinazione d’inflazione e recessione), ma senza l’intervento dell’uomo ragno o della mafia. Semplicemente, in corso d’opera superando il quinto d’obbligo della base d’asta dei contratti d’appalto già stipulati. Quindi, applicando una sostanziale revisione dei prezzi base per le nuove forniture e per le lavorazioni aggiunte in variante del progetto iniziale. A tutto vantaggio delle ditte aggiudicatarie, direbbe chi volesse mettere la mano come San Tommaso o la lente come San Clemente su questo documento della P.c..

E scoprire che, per realizzare 150 edifici residenziali da appoggiare su 150 piastre antisismiche, fecero un appalto sia in modalità aperta (per gli edifici, gli ascensori, gli arredi ed il verde) sia a trattativa negoziata (per le piastre e le opere d’urbanizzazione). Poi, decisero d’incrementare l’entità del Piano C.A.S.E. con altri 14 edifici-piastre. Ed assegnarono i nuovi lavori, di quantità inferiore al quinto d’obbligo (150:5=30, e 14<30),  alle stesse ditte esecutrici dei precedenti e senza alcuna revisione degli importi appaltati. D’altronde, come l’appetito vien mangiando, costruendo i 164 edifici-piastre già cantierizzati vollero fare altri 20 edifici–piastre. Con nuovi costi, per via del superamento del quinto d’obbligo (150+14+20=184–150=34>30), di sole 4 unità. Senza riserva alcuna da parte della Conferenza dei Servizi aquilana. Con il beneplacito del Tesoro. Con il silenzio della Corte dei Conti che non verificò questi conti della sovrana corte operante in deroga ed in stato di perenne emergenza. Solo quattro gatti (e neppure al bar, ma sui blog) valutarono tutte le carenze dei C.A.S.E. sollecitando la realizzazione alternativa di M.A.P., più adeguati ai bisogni degli sfollati, di minor impatto ambientale, con tempi di realizzazione inferiore e, soprattutto di minor costo. Così, la struttura diretta dall’ideatore delle c.a.s.e., nonché direttore dei lavori e gestore delle risorse disponibili, proseguì imperterrita nella realizzazione del più grande cantiere del mondo. Con ritmi di lavoro stratosferici, in tempi da record epocale, dato che ben 17mila sfollati (400 a settimana) dovevano lasciare le tende per occupare i 4.600 alloggi completamente arredati (con televisore al plasma) delle 184 case dei 19 C.A.S.E., immersi nel verde e costituenti la straordinaria “new town”, mirabilmente diffusa in tutta la conca aquilana.

Tuttavia, anche sotto l’occhio vigile del padrone, qualcosa non andò per il verso giusto se inaugurarono prima (ad Onna) le casette in legno fatte dalla Croce Rossa e dalla Provincia Autonoma di Trento e poi (a Bazzano ed a Cese di Preturo) la prima parte di c.a.s.e. della Protezione civile. Diedero la consolazione d’un C.A.S. e d’un affitto concordato. Imposero la permanenza forzata nelle caserme e nelle strutture ricettive abruzzesi. Poscia, ad emittenti unificate, diffusero la certezza della miracolosa ricostruzione aquilana. Perciò, ora appare assai arduo far capire alla casalinga di Voghera (e forse, anche a Floris ed a Santoro) che le case dei C.A.S.E., furono realizzate per 17mila sfollati man, mano che il tempo passa, vengono a costare sempre di più. Oggi, costano 58.712 euro a persona. Giacché, ora, ci stanno solo 13.896 persone. Mentre i 1.273 M.A.P. di due piani, poi realizzati con 100milioni e adesso abitati da 2.881 sfollati, costano 34.710 euro/persona. Ed allora, conviene approfondire la questione della lievitazione dei costi delle c.a.s.e..

Magari con un esempio concreto: a chi stava facendo 25 edifici per 52.700.000 euro, ne fecero fare un altro per 2.067.800 euro e poi ancora altri due per 8.462.518 euro, anziché per 4.134.600. Sebbene, i 3 nuovi edifici non superassero il quinto d’obbligo dei 25 iniziali (25:5=5) gli ultimi due furono assegnati con la stipula d’un atto aggiuntivo di cui non si conosce il contenuto ma solo il nuovo importo incrementato rispetto a quello della gara d’appalto. Perciò, pur immaginando che in corso d’opera sia stato necessario realizzare delle opere di completamento, resta difficile credere che la seconda variante aggiuntiva fosse fatta solo per assegnare alla ditta già impegnata nei lavori almeno un quinto in più dell’importo a base d’asta, a compenso dello straordinario impegno lavorativo, dello spirito d’abnegazione e della fede incrollabile nel miracolo del sovrano. Dacché, 2.067.800+8.462.518=10.529.318 corrispondente a circa il quinto di 52.700.000 euro.

In altri casi esaminati, invece, gli aumenti di costo risultano assai difficilmente comprensibili. Cosicché, la “regola” del quinto d’obbligo potrebbe configurarsi come un rapporto aureo, in senso valutario, non certo estetico. Come, forse, nel caso della fornitura del calcestruzzo o beton da gettare o colare nei doppi solettoni delle piastre antisismiche delle c.a.s.e., al costo di 90 euro a metro cubo. Siccome, per fare 150 piastre abbisognavano 200mila metri cubi, suddivisero l’appalto in tre lotti: uno da 9milioni e due da 4.500.000 euro. Al 29 maggio 2009, Colabeton spa s’aggiudicò la facoltà di colare tutto il beton occorrente, praticando ribassi d’asta variabili, dall’8% nel 1°, all’8,3% nel 2° ed all’8,8% nel 3° lotto. Così, con economie conseguenti totali pari a 1.489.500 euro, l’importo contrattuale (con gli oneri di sicurezza inclusi) risultò pari a 17.140.339 euro. Tanto, ma appena 1.000 euro per ogni abitante insediabile. Poi, anche in questo caso, si utilizzò un atto aggiuntivo di 7milioni d’euro assegnando a Colabeton spa la facoltà di colare altri 80mila metri cubi di beton, ma per soli 87,5 euro al metro cubo. Bene, quantunque, qualcosa non quadri. Anzi, proprio non cubi. Poiché, in proporzione 33:150=X:200.000, nelle 33 nuove piastre, del tutto simili alle 150 precedenti, potevano colare al massimo 44mila metri cubi, giammai 80mila. E allora? Dove sono finiti questi benedetti 36mila metri cubi di calcestruzzo autocompattante che certamente non aveva la possibilità di lievitare né di prezzo né di quantità a seconda delle ore o delle stagioni in cui veniva gettato? Probabilmente in altre opere diverse da quelle appaltate. Senza bandire una nuova gara d’appalto? Anche, permettendo a Colabeton spa di dare in subappalto ad una ditta in odor di mafia, fino al 50% della fornitura di questa dose di calcestruzzo (pari a cinquemila metri cubi al giorno), un po’ straordinaria per un solo utilizzatore finale.

Finché non avremo risposte convincenti, continueremo a fare altre domande. Sperando, come altri, almeno in una replica. Auspicando di non incappare nella medesima reazione dell’ing. Calvi verso chi, forse in modo più autorevole, ha posto semplici osservazioni di costo reale delle c.a.s.e.. Confidando nella speranza di non dover, alla fine, sottoscrivere tutte le interessanti valutazioni qui fatte sul Progetto C.A.S.E del direttore di Eucentre. In verità, non intendiamo confutare alcuna irregolarità e neppure rinviare a giudizio immediato chicchessia. Quindi, solo per non dubitare minimamente sulla portata dell’ennesimo miracolo fatto dal g.c.c.f., gradiremmo sapere come sia stato possibile incrementare i costi iniziali di queste c.a.s.e. del ragguardevole – ripetiamo – quarantacinque virgola sette per cento senza gravare sulle spalle dei senzatetto aquilani e senza mettere le mani nelle tasche di tutti i contribuenti (padani compresi).

Luciano BelliLaura (ha collaborato Adriano Di Barba)


…che teneamo fa’?

Lettera da G., (18 gen.), firmata

Caro …. ,

allora, ‘scrivi’ ‘scrivi’ ‘scrivi’, me lo dico sempre ma non è semplice.
Ogni volta che devo scrivere dell’Aquila mi sembra sempre che debba dire tutto quello che avrei voluto dire e non ho mai detto, così mi diventa difficilissimo.

Ti dico allora l’essenziale della mia ultima visita, che non era solo Natale, era anche mio padre malato, e quindi sono stata lì un po’ di più. Soprattutto sono stata lì, a L’Aquila, dovendola vivere e girare e non fare quella che, a dispetto degli eventi e nonostante tutto, “ci va in vacanza”.

Il fatto che mio padre stesse male, ha fatto sì che io dovessi recarmi in ospedale, costantemente, circumnavigare la città, dall’Ospedale a Paganica e ritorno, molto spesso. Quindi muovermi nelle zone limitrofe e nell’anello circondante la vecchia  la città, che ora di fatto sono “L’Aquila”.

Naturalmente in macchina, naturalmente avviluppata da continue e inaspettate rotonde…

Allora la mia impressione,  giusta o sbagliata, comunque fortissima, non è che la città ancora non è ancora stata ricostruita, bensì che la città è già stata terminata.

Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.

La viabilità, completamente stravolta rispetto a prima, è in continua evoluzione ed espansione. I palazzi languono, ma le rotonde si sviluppano, con tanto di statue, illuminate a colori cangianti al loro centro, stile statue di marmo di Las Vegas.

Finisci in una rotonda e non capisci più bene dove sei: ‘ospedale’ ‘centro commerciale’ scritta grande verde luminosa a fianco ‘Il Centro’, ‘aeroporto’ (e dico AEROPORTO), rampa sopraelevata tipo autostrada che finisce nel nulla…e strade, strade, strade (alcune a me totalmente sconosciute, antiche stradine sterrate accanto al fiume, ora arterie fondamentali, così depresse però che si allagano in continuazione) e rotonde. Nuovi raccordi che tagliano la campagna…

Beh, mi rendo conto, ma tutta questa roba è ricostruzione, anzi è costruzione ex novo, è futuro, non è passato stagnante e immobilizzato come le case da ristrutturare cui ‘questa roba’ passa accanto.

Ed avrà costi, anche molto elevati, costi, pare, ancora sostenuti dalla Protezione Civile (quindi attivissima in questo rinascimento infrastrutturale pro mezzi inquinanti).
Peraltro ho finalmente visitato i centri commerciali.

Lì finalmente ho capito: HO VISTO CHIARO (credo sia evidente e già detto, ma non era così evidente a me). I negozi, quelli ‘noti’, hanno già tutti riaperto, nei capannoni attrezzati dei centri commerciali, e stanno andando bene. Si capisce, si può percepire, che vendono, che hanno giro, hanno forse più giro di quando stavano in centro.

Ho pensato, ‘ma se questi non spingono per rientrare, con la stessa forza di quei pochi che hanno riaperto al Centro, se non c’è l’urgenza, la pressione dell’ ‘interesse economico’, come si fa a spingere in maniera efficace per la riapertura della zona rossa?’ Dovrebbero essere stati lì giorno e notte, a dormire nel furgone per mesi, per essere già in centro il giorno dopo o nell’ufficio preposto a chiedere ed ad insistere.

Invece stanno bene, non tutti, sono pochi, sono una piccola percentuale dei commercianti storici dell’Aquila, ma sono quelli, i ‘big’.

Lì ho pensato…‘oh oh, ma così non c’è speranza. Non sono in sedi provvisorie, ma in locali attrezzatissimi e molto di lusso. Non sembra proprio che siano in stand by pronti a tornare. Desiderosi di tornare’.

E’ abbastanza evidente, hanno mollato, e a giudicare dalla velocità di questi agglomerati commerciali l’hanno fatto subito, appena sono stati in grado di rimettere a posto le idee. Sicuramente non stanno agognando di rientrare.

Ho provato a parlarne, sono stata aggredita: ‘Ehhh,  ma che se tenea fa’, mori’ di fame?’

No, ma questo non è il punto, questo è uno slogan di stampo berlusconiano, ci possono benissimo essere fasi intermedie…ma cercare il definitivo, così, così subito, così che non si vorrà più smontarlo per ritornare dove si era….

La beffa maggiore è il nome di questi centri: “99cannelle”, “Quattrocantoni”, ricostruzioni virtuali (ma stabili) di quello che fu.

Ma se non c’è la tensione del commercio (l’interesse, l’interesse, quell’acqua alla gola che pretendeva la saracinesca riaperta al più presto), come fanno i soli cittadini residenti e amanti, ma disinteressati, per amore, non per sopravvivenza, a premere con la stessa urgenza e ad ottenere permessi temporanei? A risucchiare lentamente, ma inesorabilmente, terreno alle macerie per riportare vita e nuove mura? E’ chiaro che diventano un esiguo gruppo di nostalgici (o ‘sporchi comunisti’, come ahimè vengono etichettati).

C’è anche una certa organizzazione strutturata del tempolibero: c’è chi organizza feste per giovanissimi (pare anche durante l’orario scolastico). Un vero business: Capodanno, S.Valentino, Festa della Donna, ospiti DJ internazionali e stelline di Amici.

Ma appunto, sono proprio strutturati. Feste organizzate con biglietto, in uno di questi locali su rotonde, da professionisti che sono in grado di prenotarli e organizzare eventi. Locali estranei naturalmente alla zona rossa. Forme di attività di PR stile grandi città, nate per caso sulla costa, pare, quando tutti erano sfollati lì e qualcuno ha provato ad organizzare i ‘giovani’…e farci soldi.

In conclusione L’Aquila ora è una città ‘diffusa’, percorribile solo con l’automobile, commercialmente organizzata, con centri commerciali e capannoni industriali tutt’altro che provvisori (con locali e quant’altro). La vita sociale si svolge in questo gioco dell’oca e gimkane automobilistiche e necessita di organizzazioni atte a gestire il tempo libero (se non altro per prenotare i locali e necessari e convogliare tutti là).

Il tutto in un clima di accettazione, rassegnazione, complicità: nel senso che se provi a dire ‘attenzione’ ti aggrediscono, come se tu avessi voluto lasciare le persone nelle tende o imprigionarli nei container. Per solo gusto snobistico. E chissà per quanto tempo.
‘Ma no, io intendo andare per gradi, pian piano…’ Tappe intermedie di cui ogni tappa non è necessariamente nomadismo e povertà, ma laboriosa e paziente opera di ricucitura e riparamento, oltre che di miglioramento.
Era Mao che diceva ‘piccolo bene = grande male, piccolo male = grande bene’?

Quindi l’impressione finale è che la ricostruzione, intesa come la rimessa in moto di un sistema minimo organico di città funzionante, sia già finita.

Si è andati troppo avanti, L’Aquila c’è già ed è già ‘a posto’. Così…diffusa, cementificata, ‘iperstradata’, Lasvegasizzata.


Si riuscirà ad un certo punto ‘a tornare indietro’?

Chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro.

G.


impressioni di viaggio

POLVERE NEGLI OCCHI, NEL CUORE SOGNI.

All’Aquila per la collezione permanente contemporanea del Liceo “Bafile”. E non solo…

di Isabella De Stefano, Città della Gioia onlus

Abbiamo accettato l’invito all’Aquila, per il 18 dicembre, ignari che il maltempo e la neve avrebbero spezzato in due l’Italia, ma non l’Abruzzo, terra avvezza ai rigori dell’inverno. Con qualche precauzione, l’antigelo nel radiatore e soprattutto le catene universali di rapidissimo montaggio, ci mettiamo in viaggio. Arriviamo all’Aquila dopo un viaggio tranquillo e comodo, ma non appena siamo in città avvertiamo la necessità di utilizzare le catene, per le sottili e insidiose lastre di ghiaccio che ricoprono le strade.
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Riusciamo a raggiungere il liceo Bafile, in tempo per assistere alla mostra “polvere negli occhi, nel cuore sogni”. L’Istituto è avvolto in un’atmosfera molto suggestiva, il cortile è illuminato da sculture a forma di parabole, che emanano una luce azzurrognola che dà risalto agli imponenti abeti, imbiancati dalla neve.

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Subito dopo visitiamo la mostra di arte contemporanea, ideata e curata dalla prof. Licia Galizia che ha riunito  artisti provenienti da tutta l’Italia in un’iniziativa per la nascita di un Museo Permanente di Arte Contemporanea nella sede del Liceo.

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Il giorno dopo visitiamo il martoriato centro dell’Aquila, in compagnia dei nostri ospiti e di alcuni docenti provenienti da Castellammare e dalla Sicilia,  intervenuti per la mostra.

Constatiamo presto che dall’ultima visita, nella scorsa primavera, non è cambiato molto: gli edifici sono in sicurezza, piazza Duomo è libera dai detriti e c’è un timido segnale di ripresa nella presenza di qualche esercizio commerciale che ha riaperto.

Tuttavia  l’aspetto desolato degli edifici e delle strade semideserte rende ragione delle numerose manifestazioni di protesta contro i ritardi e l’assenza di un piano per la ricostruzione, che dia speranza e prospettive concrete per la rinascita. Percorriamo con un permesso dei vigili del fuoco e da loro scortati una piccola porzione della zona rossa, normalmente interdetta alle persone. Tutta la strada, uno dei decumani dell’Aquila,  è un susseguirsi di palazzi signorili, che, nonostante i danni profondi e l’assenza di vita, lasciano immaginare il decoro, l’eleganza e la vivacità culturale precedente al terremoto. Siamo nella zona universitaria dove si trovano Palazzo Carli sede del Rettorato, Palazzo della Biblioteca, Palazzo Quinzi, quasi del tutto indenne, e ci inoltriamo fino alle chiese di San Pietro a Coppito e San Domenico, gravemente danneggiate.

Cosa si potrà recuperare, in che modo e con quali tempi è impossibile stabilirlo, sono interrogativi per il momento privi di risposte certe. Lasciata la zona rossa, ci dirigiamo in piazza Duomo verso un tendone dove è stato allestito un punto per la raccolta delle firme a favore della legge di iniziativa popolare redatta dai cittadini aquilani. La proposta di legge consta di 20 articoli ispirati da un principio fondamentale che la popolazione colpita da una calamità debba essere direttamente coinvolta nel processo di ricostruzione.

Si ritiene opportuno l’allontanamento di dispendiose figure commissariali e improduttive deroghe nella gestione della ricostruzione, che deve essere invece affidata agli ordinari Enti territoriali, eletti dai cittadini e competenti sul territorio. La legge vuole tracciare un percorso valido in tutti i casi di calamità naturale, purtroppo molto frequenti in Italia, ed evitare le infiltrazioni mafiose, le speculazioni e il clientelismo degli appalti. Condividiamo i principi di questa proposta, ispirata da senso civico, coraggio e determinazione e decidiamo quasi subito di avviare la raccolta delle firme a Napoli, facendoci consegnare alcuni moduli. Siamo onorati di poter offrire un nostro piccolo contributo per una causa così importante, per essere concretamente vicini a tutte le persone che abbiamo incontrato a L’Aquila da quando abbiamo iniziato questo percorso di solidarietà e condivisione.

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Sarebbe un peccato  e un errore enorme deluderli nelle loro aspettative, nei loro sogni, ignorando il contributo che desiderano offrire per la rinascita della loro città.

Sono state 24 ore molto intense, all’insegna di valori quali l’ospitalità nel suo significato più antico, offrire cure e amicizia; il valore di una scuola aperta al nuovo e al territorio, fonte di crescita e promozione umana; il senso civico, inteso come vincolo che lega gli abitanti di una città, fondato sul rispetto e la cura del bene comune, sulla condivisione di valori e ideali da difendere e da trasmettere.

Isabella De Stefano

Città della Gioia onlus

index.php?option=com_content&view=article&id=987%3Apolvere-negli-occhi-nel-cuore-sogni-allaquila-per-la-collezione-permanente-contemporanea-del-liceo-qbafileq-e-non-solo&catid=37%3Amano&Itemid=64

lo sterminio dei campi

… ancora sui costi delle p.a.l.a.f.i.t.t.e.

di Luciano BelliLaura, commento, 12 gennaio

Ribadendo il concetto, chiarisco che nell’attesa che la Giustizia faccia giustizia della presunta “frode” si dovrebbe considerare interamente la colossale “abbuffata” speculativa messa in atto con finalità risolutive dell’emergenza abitativa dopo il terremoto a L’Aquila. Cmq in post, diversamente da un semplice commento, avrei considerato anche altri aspetti collegati.
Ovvero, l’assoluta mancanza del consuntivo finale dei costi di realizzazione delle p.a.l.a.f.i.t.t.e.! Giacché, la Protezione civile non ha più aggiornato il prospetto dei costi esibito al 13 agosto 2010 [http://www.protezionecivile.it/cms/view.php?dir_pk=288&cms_pk=18525], cioè sei mesi dopo aver ultimato i lavori.

Senza le spese tecniche (per progettazione, direzione lavori e collaudi) effettivamente sostenute dal Consorzio ForCase del Calvi e con l’omissione dell’onere d’esproprio dei terreni, questo prospetto ci dà un totale di spesa pari a 808.477.458,70 Euro. Per fare 185 case prefabbricate su p.a.l.a.f.i.t.t.e.. In origine, servivano per 17mila persone con abitazione tipo “E” o “F”. Quindi, al costo di 47.577 euro a persona. Orbene, oggi nelle 19 new town, stanno solo 14.079 persone. Quindi il costo di realizzazione è salito a 57.424 euro a persona. Ed i dati forniti dalla Struttura per la Gestione dell’Emergenza documentano che nei 4.449 alloggi delle 185 case dei 19 C.A.S.E., le persone presenti sono costantemente diminuite dalle 14.581 del 11 maggio 2010 alle 14.092 del 28 dicembre. Si tenga conto che alla fine della fiera (mi scuso per il termine) hanno dovuto fare anche dei M.A.P. a costi mai precisati (perché non distinti da quelli necessari per la popolazione dei Comuni del cratere). In questi Moduli Abitativi Provvisori, al 26 ottobre stavano 11.731 persone. Oggi scese a sole 2.551. Senza una ragione plausibile.
E così via con altri misteri …!
Alla luce del sole per ora c’è solo la sorprendente realizzazione d’una nuova città (Capitale dei Parchi) dove il consumo di suolo e di CO2 sale a ritmi diciamo preoccupanti. Una città sfilacciata dove i campi sono stati seminati con cemento, legno e polistirolo. Disse il poeta Andrea Zanzotto: “Una volta c’erano i campi di strerminio, ora c’è lo sterminio dei campi”.
Perché, sostiene Salvatore Settis) la terra non rende se non è “murativa”.
Mi fermo, solo per non includere tra i “farisei” anche i Sindaci e gli assessori all’urbanistica che hanno emanato le delibere per realizzare – ovunque e in deroga – un’infinità di casette, anche di due piani, provvisorie per tre anni. Dilazionabili.

L.B.L.

ultimo report 2010

A L’Aquila e nel cratere sono 39.720 le persone ancora assistite.

E’ la cifra che emerge dall’ultimo report dell’anno, diffuso oggi dalla Sge.

23.213 sono le persone alloggiate negli appartamenti del Progetto CASE, nei Map, in affitto concordato o negli appartamenti del Fondo immobiliare, 14.455 percepiscono il contributo di autonoma sistemazione, 2052 sono ospitate nelle varie strutture ricettive dell’aquilano e della costa.

(da http://www.laquilaemotion.it)

popolazione-assistita-lultimo-report-del-2010.html

(nota: popolazione di alcuni Comuni italiani:

Marino (RM) 39.200 – Bollate (MI) 36.500 – Chieri (TO) 36.000 – Saronno (VA) 38.700 – Spoleto (PG) 39.300 – Grottaglie (TA) 33.000 )

 


foto Yar Man, nov 2012

L’Aquila in diretta

webcam da www.MeteoAQuilano.it
da www.caputfrigoris.it

il sismografo di Massimo

che sia sempre "piatto" e giallo ! immagine "on-line" da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.html

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